Incapace di sviluppare relazioni mature, ancorata al suo status di reginetta del liceo della provincia in cui è cresciuta, incastrata in dinamiche affettive adolescenziali ma afflitta da problematiche adulte come l’alcolismo, Mavis Gray è la ghost writer di una serie di libri per adolescenti dal grande successo ma dalla fine imminente. L’arrivo della convocazione per il battesimo del figlio del suo ex fidanzato del liceo, scatena in lei l’idea che potrà tornare nel paese di provincia da cui è fuggita (lei che era la più bella della scuola) per riprenderselo e tirarlo fuori da quella che è sicura essere una vita da incubo.

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“Young adult” è il termine con il quale il marketing di prodotti culturali identifica quel pubblico che ruota intorno ai 18 anni (in un lasso dai 14 ai 21 circa). Non incidentalmente l’ossimoro del titolo identifica bene anche lo stato di Mavis Gary, la protagonista del quarto film diretto da Jason Reitman e del terzo scritto da Diablo Cody (i due sono alla seconda collaborazione dopo Juno), in cui la seconda procede nella sua decostruzione delle piccole miss America mentre il primo la insegue continuando la sua galleria di adulti irrisolti. La scrittrice di Il corpo di Jennifer aveva cominciato proprio con quel film ad introdurre un modo diverso di guardare e raccontare la high school come banco di prova e luogo di nascita del conformismo americano. Invece che condannare la reginetta del ballo, come tutti i film di quest’era di nerd al potere fanno, ne decostruisce il mito mostrandone i drammi e scatenando simpatia per la tristezza di quelli che dovrebbero essere i migliori.

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Dall’altra parte del team creativo Jason Reitman porta sullo schermo la sceneggiatura accentuando il lato più adulto di Mavis, il suo essere irrisolta, chiusa in un limbo privo di responsabilità e ormai anestetizzata rispetto alla vita vera che gli scorre intorno. Ogni piccolo gesto significativo che la sceneggiatrice mette su carta, Reitman lo rende con la dovuta attenzione (nè troppa nè troppo poca). Ogni sfumatura del personaggio si trasforma in soluzioni di montaggio (geniali quelle che suggeriscono l’alcolismo saltando direttamente dalla serata al corpo di Mavis riverso sul letto), di fotografia (in tutto il film non c’è un colore caldo) e di recitazione.
Il terzo polo, e la sintesi del film, è infatti Charlize Theron, misurata, acuta e matura nel declinare le mille sfumature dell’insoddisfazione della sua protagonista che, senza mai nominarla direttamente, porta costantemente sul volto l’assenza di sentimenti. È lei l’ultimo e determinante anello della catena di questa messa in scena finalizzata al massacro dei vincenti. Il suo oscillare tra pentimento e convinzione mostra come non ci siano dei veri migliori in Young adult. Non lo è la sua Mavis, non lo è il nerd cresciuto che gli fa da amico per l’occasione e non lo è la coppietta perfetta, che la giudica come farebbe un prete.
Nella realtà i vincenti non esistono, ci sono solo esseri umani che ne inseguono il mito e altri che vivono la propria vita.