Mark e David sono due fotoreporter di guerra impegnati nei luoghi degli scontri fra iracheni e curdi sul finire degli anni Ottanta. Amici di lungo corso, hanno un approccio molto differente alla vita e al modo di concepire un’istantanea: David ricerca la bellezza delle forme anche nelle zone più martoriate, mentre Mark cattura ogni atrocità senza altro filtro che quello dell’obbiettivo della sua fotocamera. Quando il conflitto comincia a intensificarsi e il popolo curdo si prepara all’offensiva, David decide di tornare a Dublino, dove lo aspetta la moglie prossima a partorire, mentre Mark vorrebbe documentare il proseguire dello scontro da vicino. In seguito ad un incidente, Mark viene ferito e trasportato nel campo di soccorso dove l’unico medico presente, il dottor Talzani, decide chi vive e chi muore applicando un rigido triage, sistema di smistamento dei pazienti che prevede un colpo di pistola per i feriti più gravi. Una volta rientrato a Dublino, Mark porta con sé un progressivo decadimento fisico e psicologico causato da un ricordo che non intende far riemergere.

“Se le tue fotografie non sono abbastanza buone, significa che non sei abbastanza vicino” dichiarò una volta Robert Capa. Anche alla luce della storia del cinema bellico, le parole del più grande fotoreporter della sanguinosa storia del Novecento assumono un senso ulteriore rispetto al loro cinismo beffardo. Dare una rappresentazione alla guerra significa focalizzarsi su un dettaglio, investire un aspetto o un elemento che la riguarda da vicino di un valore altamente simbolico, capace di contenere l’incommensurabilità del dolore e del trauma. Danis Tanovic ha dato motivo di credere in questo principio rappresentando il conflitto serbo-bosniaco prima in chiave di teatro dell’assurdo (No Man’s Land), poi da un insolito punto di vista di solidarietà femminile (il massacro di Srebrenica nell’episodio di 11 settembre 2001).
Con Triage segue un percorso decisamente più complesso: scompone il film in due parti principali, l’esperienza della guerra di Mark nella fase pre e post-trauma, a loro volta frammentate dall’ingresso di numerosi altri elementi tematici. Così, fra una prima e una seconda parte in cui affronta gli orrori fisici e quelli psicologici della guerra, Tanovic cerca di immettere considerazioni anche sul ruolo dei media, sul retaggio delle responsabilità occidentali e una riflessione profonda sulla vita e la morte. Ma è il suo sguardo che non riesce mai a dimostrarsi abbastanza vicino alla materia del suo racconto. Anzi, esso pare continuamente cercare di allontanarsi, di allargare la focale per mettere in campo un ulteriore tassello delle inumanità della guerra. Nel tentativo di comporre una fotografia in campo lungo abbracciando una moltitudine di elementi in un’unica immagine, in un unico racconto, Tanovic utilizza soluzioni visive e narrative troppo convenzionali per riuscire a tenere tutto a fuoco.
Il regista bosniaco compie un passo indietro anche nelle modalità di rappresentazione e di riflessione sui demoni cui il cinema bellico contemporaneo ci ha abituato in questi ultimi anni. Rispetto a film come The Hurt Locker o Valzer con Bashir, dove gli incroci fra esperienze di guerra e matrice psicanalitica hanno raggiunto risultati d’avanguardia, Triage non cerca di elevarsi dai canoni più comuni tanto del genere bellico che del giallo psicologico. Una tale configurazione istituzionale e precostituita viene meno sia all’idea di esperienza shock, che allo stesso messaggio proposto dal film, per cui in guerra sopravvive solo il caos e nessuno può considerarsi innocente o neutrale, tanto chi la guerra la fa quanto chi la rappresenta.

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Un film di Danis Tanovic. Con Colin Farrell, Paz Vega, Christopher Lee, Kelly Reilly, Jamie Sives.