1991. Il boss della famiglia Ngai muore per mano del giovane Lau Kin-Ming. Gli subentra il figlio Wing-Hau che, nonostante i modi da intellettuale raffinato, mostra ben presto il pugno di ferro nei confronti delle altre triadi. Nel frattempo l’ispettore Wong, servendosi anche dell’ambiguo Sam, escogita vari piani per catturarlo, che includono l’utilizzo del giovane Chen Wing-Yan, fratellastro di Hau, come infiltrato.
Oltre ad essere stata la fonte di ispirazione per The Departed di Martin Scorsese, ovvero il film che l’ha condotto a vincere un sospirato Oscar, Infernal Affairs è la saga per eccellenza del noir di Hong Kong post-handover (dove per handover si intende il passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina avvenuto nel 1997) e, come tale, non può fare a meno del prequel d’ordinanza. Prequel mai come in questo caso fondamentale, perché permette ad alcune delle più fulgide star del firmamento hongkonghese di fornire interpretazioni dalla solennità epocale (Francis Ng) o di vestire nuovamente i panni di personaggi strepitosi prematuramente scomparsi (Anthony Wong e Eric Tsang, impegnati in alcuni duetti esemplari).

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I limiti emergono quando la scena è dominata dai due ragazzini (Shawn Yu e Edison Chen), gravati dall’arduo compito di interpretare – senza poterne essere all’altezza – le versioni “giovani” di personaggi larger than life come quelli incarnati da Andy Lau e Tony Leung (che sono prima di tutto attori larger than life) nel primo episodio. Strepitoso Francis Ng nella parte di Hau, da principio una sorta di dandy, che mano a mano finisce per invischiarsi sempre più nel ruolo di mafioso: qualcosa di simile allo Sean Penn di Carlito’s Way, ma con la statura da (figlio di) boss, che rimanda inevitabilmente a Michael Corleone.
E tutto Infernal Affairs 2 è un sentito omaggio, nonché l’unica risposta possibile (a dire il vero, anche una delle poche tentate) al Godfather coppoliano, tanto nella sequenza in cui vengono liquidati i Big Four quanto nel matrimonio che riunisce tutto il clan degli Ngai. Lo distingue dall’impareggiabile predecessore il pessimismo immanente e perdurante, incarnato nella lapidaria sentenza pronunciata da Anthony Wong: “Il male prevale. Solo i buoni muoiono giovani”.
Una frase in cui c’è tutto il pessimismo del cinema dell’handover, che racchiude in sé una visione totalmente nichilista, che vede il mondo come un’insensata “valle di lacrime”, destinata a unire nel dolore tanto i buoni che i cattivi.

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Un film di Andrew Lau. Con Edison Chen, Shawn Yue, Anthony Wong Chau-Sang,