Hanna è un’adolescente che vive con il padre Erik, isolata dalla società, in una foresta. L’uomo l’ha addestrata a una molteplicità di tecniche di difesa e di attacco, all’uso delle armi e le ha fornito una buona conoscenza di molteplici lingue. Perché Erik è un ex agente della CIA che ha dovuto far perdere le proprie tracce e vuole che la figlia sappia come sopravvivere a un eventuale rientro nel mondo civile. Perché Hanna è ormai pronta e può scegliere di farsi trovare da Marissa Wiegler, responsabile dell’Agenzia, che ha un conto da saldare con Erik e vuole a tutti i costi catturare la ragazza.
Era difficile aspettarsi un buon esito nel cinema di azione e di spionaggio da Joe Wright, regista che sembrava ormai dedito ad omaggi letterari ben riusciti come Orgoglio e Pregiudizio. La diffidenza è stata invece ampiamente sconfitta. Wright si ancora agli stilemi del genere ma dimostra di saperli innervare con elementi che potrebbero dare luogo a un’azione di rigetto e che invece vi si adattano perfettamente. Hanna è una fiaba a pieno titolo con la fanciulla (Hanna), l’oggetto magico (il pulsante che, una volta schiacciato la può catapultare nella cosiddetta civiltà), la strega (Marissa), il lupo cattivo (il killer che la bracca), il bosco (non la foresta iniziale ma il mondo che la ragazza non conosce). Non a caso il libro che le è rimasto dall’infanzia è una vecchia copia delle favole dei fratelli Grimm e la sua meta è proprio la Casa Grimm a Berlino.

Ma Hanna è anche una truffautiana ‘ragazza selvaggia’ al rovescio. Tenuta coscientemente lontana dalla società è stata però addestrata ad usarne le tecniche di combattimento e le armi e a conoscerne gli elementi di base. L’istruzione le è stata impartita ‘prima’. La sua educazione, una volta abbandonata la foresta, invece sarà gestita in negativo. Non solo quella impostale dai ‘cattivi’ che la vogliono catturare o eliminare ma in fondo anche quella della famiglia britannica che incontra in Marocco. Un padre, una madre e due figli tenuti insieme più dalle convenzioni di una modernità che impone le proprie regole ‘alla moda’ che da un concetto di nucleo di affetti tradotto in modalità di vita.
Hanna si trova così a dover salvare la propria vita in un mondo di cui ha appreso degli elementi ma non ha conosciuto nulla e in proposito è magistrale la sequenza in cui, in una abitazione marocchina qualsiasi, scopre in contemporanea gli oggetti di base della civiltà che le invadono la mente sconvolgendola per pochi, terribili attimi. Il colpo di scena nel sottofinale è molto meno originale di questo vero e proprio squarcio di horror della conoscenza.

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